Pontificano alla tv e su giornali di Federalismo e caro prezzi. Si ergono a paladini dei precari, ma vantano dei redditi da record Napolitano: «Agli ex terroristi non si diano tribune televisive» Applausi bipartisan per il discorso del Capo dello Stato |
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SIMONE GIRARDIN
Non si placano le polemiche dopo la pubblicazione on line da parte del sito internet dell'agenzia delle entrate (www.agenziaentrate.gov.it) di tutte le dichiarazioni dei redditi del 2005 dei contribuenti italiani.
Il sito, ovviamente, adesso è off limit per chi volesse consultare l’elenco. Lo era già dopo poche ore, collassato per via di una curiosità quasi morbosa dei cittadini.
Ma lo stop non è bastato perchè qualcuno riuscisse a scaricare il file contenete le dichiarazioni e farle circolare liberamente sul web. Così adesso i redditi dei personaggi più o meno famosi del nostro Paese continuano a fare il giro senza che nessuno possa fermarli.
Con buona pace della privacy. E del Garante che, spiegherà, non ne sapeva nulla. Poi la bufera e la sospensione, oramai tardiva, dei dati su Internet.
Ora, non vogliamo stare qui a dire se è stato giusto o sbagliato pubblicarli. Se si tratta di una violazione della privacy oppure è un fatto di democrazia e trasparenza.
Ma visto che quasi tutti ne sono a conoscenza (la rete non perdona...), non è più peccato ricordarne qualcuno. Magari quelli di chi, come alcuni volti noti del giornalismo italiano, hanno sempre pontificato su quotidiani e televisioni di economia, politica, federalismo, caro prezzi. regalandoci ricette, attaccando questo e quello. Di chi si faceva paladino dei precari e poi si ritrovava in tasca qualche bel milione di euro, tasse pagate. E perchè no, di chi attaccava la Lega accusandola di essere demagogica e di non rappresentare gli operai, il territorio, la gente onesta che lavora.
I nomi? Partiamo.
C’è Michele Santoro finito nell’occhio del ciclone proprio in questi giorni per l’ultima puntata di Annozero. Nel 2005 ha dichiarato 118.752. Più “ricco” di lui Antonio Padellaro, direttore dell’Unità: per lui un reddito da 211.793 mila euro.
Non sen la passa male nemmeno Giovanni Floris che porta a casa 182.455 euro. E che in rai si stia bene lo sa anche Lucia Annuziata: 233.881 mila euro. Chi non può lamentarsi Eugenio Scalfari , fondatore la Repubblica: 418.585 mila euro.
Chiudiamo per ora con Maurizio Costanzo. E qui non c’è gara. Per lui un reddito dichiarato che sfiora i 4 milioni e mezzo di euro: per la precisione 4.290.152.
SI MUOVE LA PROCURA
Intanto la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta dopo la pubblicazione su internet degli elenchi delle denunce dei redditi degli italiani. Il reato ipotizzato è la violazione dell'articolo della legge sulla privacy che punisce il trattamento illecito dei dati personali.
Secondo il magistrato Franco Ionta, la divulgazione ha determinato un'esposizione a rischio delle persone. Sotto accusa sono, quindi, le modalità - in maniera indiscriminata - con cui sono state diffuse le informazioni. Sotto accusa, insomma, il modo in cui sono stati pubblicati i dati.
E' vero, infatti, che si tratta di dati la cui accessibilità è regolamentata dalle norme, ma la loro pubblicazione in modo indiscriminato non sarebbe consentita e potrebbe causare dei problemi ai titolari dei 730 e dei 740.
Gli accertamenti sono stati affidati alla polizia postale.
ATTENZIONE A SCARICARE...
Nello stesso tempo gli investigatori avvertono che sarà perseguito penalmente e rischia anche la galera chi userà i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi facendone un uso improprio.
Un avvertimento che rischia di avere scarse ricadute pratiche visto l'enorme numero di persone che hanno utilizzato i dati e la facilità di circolazione in Rete.
MARTEDI’ TOCCA AL GARANTE
Nel frattempo il Garante della privacy stringe i tempi e fissa entro lunedì il termine ultimo in cui l'Agenzia delle Entrate dovrà chiarire il senso della decisione. Il giorno dopo, poi, ci sarà la riunione del Garante. Il tutto mentre i dati, immessi in Rete, sono ormai diventati ingovernabili. Ieri il Codacons aveva annunciato l'invio di denunce a 104 Procure italiane affinchè si indagasse sulla vicenda.
I CITTADINI SONO A RISCHIO?
Ma per Gaetano Pecorella del Pdl, già presidente della commissione Giustizia della Camera, il problema è un altro: «La pubblicità senza limiti delle dichiarazioni rese al fisco può esporre i cittadini ad alcuni rischi, primo fra tutti quello di mettere nelle mani della criminalità i dati patrimoniali di moltissime persone. Un potenziale pericolo, considerando che, purtroppo, il fenomeno delle estorsioni e dei sequestri di persona non si è certo esaurito».
NO ALLO STATO SPIONE
«La chiarezza e la trasparenza sono un valore, ma alla vendetta dello Stato spione si deve dire di no. Serve una cultura fiscale diversa, non si può procedere come ha fatto il vice ministro, non ricandidato, Visco». e’ il pensiero del deputato della Lega Roberto Cota che poi aggiunge: «Noi siamo sempre stati contro la cultura dello Stato spione. L’iniziativa di Visco sembra l’ultimo atto di un’azione portata avanti dal governo Prodi fin dal suo insediamento in nome di uno Stato nemico della gente e dei lavoratori. Viene spontaneo chiedersi, allora, come mai Visco abbia voluto fare una cosa simile ora. Perchè non l’ha fatto prima? Con questi tempi e queste modalità, ha tutta l’aria di una vendetta».
ALESSANDRO MONTANARI
Leggendo gli editoriali della stampa di sinistra, ufficiale e non, sull’aggresione neonazista di Verona si ha la netta sensazione che qualcuno abbia deciso, a tavolino, di riaprire la campagna elettorale. Per tutti basta il titolo a tutta pagina de l’Unità di lunedì: «Quella violenza skinheads che la Lega non ha mai isolato». Ci si chiede come possa il Carroccio “isolare” qualcosa, come le frange neofasciste, che le è culturalmente, politicamente e storicamente esterno ed estraneo.
Ma il punto, evidentemente, non è questo. Dietro all’equazione “leghisti uguale fascisti”, infatti, ci sono ragioni politiche difficilmente confessabili che vanno ricercate nel campo di chi la promuove.
Squagliatosi come neve al sole il collante dell’anti-berlusconismo, dichiarato morto e sepolto anche sulle colonne di Liberazione e persino da un leader storico del ’68 come Franco Berardi, la sinistra terremotata dalla rivoluzione elettorale di aprile e di nuovo marxianamente convinta che “l’unione fa la forza” ha infatti la necessità, urgentissima, di trovare un nuovo mastice in grado, allo stesso tempo, di fermare la resa dei conti in corso tra Pd e Rifondazione Comunista e di rimettere insieme truppe, attualmente contrapposte, contro un nemico politico, il centrodestra, altrimenti imbattibile. E così ecco che nel mirino finisce la Lega, padrona di quel Nord, cattivo e ostile, che dapprima ha condotto la rivolta contro il Governo Prodi e in seguito capito e respinto le vacue lusinghe veltroniane.
Tuttavia, sfortunatamente per l’arco parlamentare ed extraparlamentare della sinistra italiana - ma verrebbe da dire “romana” - l’equazione tra leghismo e fascismo, comunque la si metta, non si regge in piedi. Infatti, nell’impossibilità di dimostrare l’appartenenza o il legame dei gruppi neo-fascisti al Carroccio - accusa, peraltro, che per evidenti ragioni storiche andrebbe semmai indirizzata ad altre componenti del centrodestra -, la fermezza contro l’immigrazione clandestina e per la sicurezza del sindaco Tosi viene presentata come acqua di coltura per atteggiamenti violenti, barbarici e superomistici. Se la vittima della violenza fosse stata straniera, inoltre, si sarebbe indubbiamente aggiunto razzisti.
Si allude, insomma, a una sorta di selvaggio stato di natura regolato dalla legge del più forte e indotto dallo stile amministrativo di Flavio Tosi, archetipo del sindaco leghista. La filosofia politica di Tosi, però, è ispirata esattamente al contrario, cioè al primato delle regole e della legge: se uno è clandestino va espulso, se uno delinque va punito. Questo il Nord, culla della Resistenza antifascista, l’ha capito da tempo, tant’è che ha deciso di dare fiducia agli uomini del Carroccio sia a livello locale sia a livello nazionale. In Piemonte, in Lombardia, in Veneto, insomma, i cittadini non si sentono in alcun modo minacciati dai fantasmi denunciati dalla stampa romano-centrica di sinistra.
Insomma, siamo di fronte a una finzione politica, costruita in fretta e furia sull’onda di un fatto di cronaca per soccorrere una sinistra in frantumi e che, come ha già fatto capire Massimo D’Alema, è in procinto di risposarsi subito dopo il divorzio.
Per superare il passato, però, serve un nemico comune contro cui sfogare gli odi intestini accumulati nel dopo-elezioni e che altrimenti sfocerebbero in una sanguinosa resa dei conti. L’equazione tra leghismo e fascismo è dunque il fragile paravento di un riavvicinamento che non ha ragioni ideali, ma solo utilitarie: non si torna insieme per affinità, ma solo perché questo è l’unico modo per sperare di tornare a vincere.
Per ridiventare maggioranza, tuttavia, alla sinistra non basterà recuperare Bertinotti, Diliberto, trozkisti e no-global; dovrà anche riuscire a penetrare il Nord. Ma non ci è riuscita con le contumelie veltroniane, dunque figuriamoci se ci riuscirà calunniando i tre milioni di padani che hanno votato Lega.
Ai raffinati columnist della stampa di sinistra vorremmo infine ricordare un particolare da essi trascurato, ma fondamentale. La Lega può forse scandalizzare i benpensanti per la sua comunicazione a tinte forti, ma non ha mai utilizzato la violenza come strumento politico. Nel nostro Paese non c’è un solo cittadino in grado di sostenere di avere subito danni, fisici o materiali, provocati da militanti del Carroccio: mai un ferito, mai un contuso, mai una vetrina infranta. Lo stesso, purtroppo, non può dirsi della sinistra italiana, nella cui variegata famiglia in molti e in molte occasioni non hanno esitato ad abbracciare la violenza, anche la più folle, feroce e insensata. Dalle esucuzioni sommarie della Resistenza nel dopoguerra al crepitio delle P38 e alle sentenze di morte dei tribunali del popolo degli anni settanta per finire con i rigurgiti brigatisti che sono costati la vita a Biagi e D’Antona alle scorribande metropolitane dei disobbedienti. Sul terreno della violenza, tra il popolo e la storia della Lega e tra il popolo e la storia della sinistra, non esiste partita.
Si dirà che sono fasi superate. Già, ma come? Dapprima negando ogni responsabilità, complicità o contiguità politica con i teorici della politica a mano armata ed oggi insignendo di incarichi ministeriali ex terroristi che hanno seminato morte e dolore.
nostro inviato Matteo Mauri
Roma - Davvero un bel discorso, quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del ricordo a trent’anni dalla morte di Aldo Moro. Lo dicono un po’ tutti gli esponenti del mondo politico, da destra a sinistra. Soprattutto è piaciuto il passaggio del Capo dello Stato secondo cui «è giunto il momento di dire basta alle tribune concesse da stampa e televisione ad ex terroristi. Lo Stato non deve abbassare la guardia e deve rimanere vicino alle famiglie delle vittime del terrorismo».
Napolitano, in occasione della cerimonia della Giornata della memoria per le vittime del terrorismo, ieri ha deposto una corona in via Caetani, luogo in cui le Brigate Rosse fecero ritrovare il cadavere dello statista democristiano Aldo Moro. E ha pronunciato parole che hanno riscosso l’applauso di tutto l’arco costituzionale. «Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario - ha detto il Presidente della Repubblica - si è mostrato in tutti i casi generoso: ma dei benefici ottenuti, gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni». E ancora: «Mi ha colpito, indignato, leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa ha raccontato con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare rammarico per i familiari delle vittime delle Br, ma aggiungendo di aver dato per scontato che, quando si fanno azioni di un certo tipo, accade di dare dei dispiaceri ad altri. No, non dovrebbero avere tribune per simili figuri».
Ma il pericolo non è solo l’estremismo rosso. Napolitano ha infatti paventato il rischio di un ritorno del neonazismo in Italia: «Stiamo vedendo segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neonazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti. L’intolleranza e della violenza politica, l’esercizio arbitrario della forza, il ricorso all’azione criminale per colpire il nemico o il diverso» sono fatti che rappresentano una «sfida allo stato democratico». Il Presidente ha concluso affermando che «lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e avere sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo Stato deve restare vicino ai familiari delle vittime e a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004».
Tra i primi ad applaudire il Capo dello Stato è Roberto Maroni, neo ministro dell’Interno. «Condivido pienamente il discorso del presidente della Repubblica - ha detto presenziando alle celebrazioni del Giorno della memoria - in particolare nel passaggio in cui condanna la visibilità data agli ex terroristi in televisione e sui media». Il ministro leghista ha poi fatto sapere di aver «già preso contatto con i responsabili delle associazioni delle vittime del terrorismo che incontreró prossimamente per valutare insieme i provvedimenti necessari da assumere».
Perché, come diceva ieri mattina il direttore editoriade de Il Tempo Roberto Arditti (autore del libro “Obiettivi quasi sbagaliati”), intervenendo al programma televisivo Omnibus, «non bisogna dimenticare chi sono le vittime e che i loro familiari hanno spesso subito nel silenzio atrocità e umiliazioni inamissibili per un paese che vuole definirsi civile».
Tra le molte voci autorevoli intervenute ieri sulla vicenda, da registrare quella del presidente della Camera Gianfranco Fini. «Le parole del Capo dello Stato - ha detto il leader di An - hanno il grande merito di aver reso giustizia sul piano morale ai familiari delle vittime del terrorismo e di aver ribadito, secondo verità, che dalla tragica stagione dei cosiddetti anni di piombo le istituzioni e la società devono oggi trarre un insegnamento prezioso: nessuna compiacenza o giustificazione può esservi né per chi continua a predicare l’odio e praticare la violenza, né per chi tenta di resuscitare i fantasmi ideologici dei totalitarismi, ma nemmeno per chi promuove riletture politiche dei fatti di terrorismo tese a riabilitarne i protagonisti». «Piena e convinta adesione alle parole ferme del Capo dello Stato» arriva anche da Renato Schifani. «Le sue parole - osserva il presidente del Senato - costituiscono il più alto riconoscimento del sacrificio di tanti italiani vittime del terrorismo. Sacrificio forse per troppo tempo non adeguatamente riconosciuto».
[Data pubblicazione: 10/05/2008]
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